Il suo nome è Jack Brull, e le sue foto parlano di una e una sola cosa: surf.
La sua tecnica, che consiste nello scattare con una macchina definita ingenuamente “toycam”, ovvero camera giocatolo, ha il dono e il potere di farci vedere quello che il surf è senza abbellimenti, artifici o sofisticazioni inutili.
Jack Brull, con equipaggiamento volutamente limitato ci dimostra che non sono le fotocamere da migliaia di euro che contano. Non è la memory card ultra veloce ed ultra grande che conta. Non è l’obbiettivo pesantissimo e ultra ricercato che conta.
E’ il fotografo.
Con la sua sensibilità, con il suo percepire la luce, la situazione, le emozioni, ci mostra di saper compiere la magia ultima; fermare il tempo e cristallizzare le emozioni.
I mezzi non dovrebbero mai limitare la sensibilità di una persona; quelle rarissime persone in grado di affrancarsi dai loro mezzi sono coloro che possiamo definire “vere”, il loro esprimersi è un esprimersi sincero, perché non dipende da un mezzo, ma solo da quello che hanno dentro e che sanno esprimere. Jack è una di queste persone.
Se ancora ci chiediamo “perché” usare macchine così di “bassa fedeltà” ci risponde lo stesso Jack sul suo blog:
Nonostante l’atto del surfare e il processo del fare fotografie sia immensamente diverso nell’esperienza fisica che ne deriva, secondo me entrambe queste esperienze hanno un punto in comune. Entrambe richiedono una grane attenzione e un alto livello di concentrazione. E’ attraverso questa prospettiva mentale che noi ci prepariamo a percepire i continui cambiamenti della nostra esperienza, sia essa l’esperienza sempre variabile del cavalcare le onde, o quella del “vedere” le sottili differenze del nostro panorama visivo.
E le foto ci dimostrano questa grandissima sensibilità, l’equipaggiamento aggiunge un non so che di dinamico alle foto statiche.
La foto “Earl”, per esempio, ci parla di calma, tranquillità, ma allo stesso tempo di dinamismo, grazie ai giochi degli obbiettivi di “bassa qualità”. Ci parla di intimità, ogni surfer ha il suo spazio e dimensione, ma ci parla di comunità, entrambi i surfer si stanno riposando per rientrare in acqua. E tutte le foto di Jack sono dominate da questi contrasti, dalle dualità della comunicazione.
I mossi dovuti ai lunghi tempi di esposizione della macchina danno dinamicità agli scatti, la scelta delle pellicole è perfetta e dona alle foto toni sognanti per i colori e duri e ruvidi per i bianchi e neri. Tecnicamente sono foto molto diverse a quelle a cui siamo abituati in quanto sono quasi tutti scatti 6×6 e quindi con diverse regole di composizione, in cui il soggetto è veramente al centro dell’azione, dove il nostro sguarda va guidato dai giochi della luce causati dagli obbiettivi di “bassa” qualità
I soggetti sono famiglie che si preparano a entrare in acqua, sono action, per quanto possa essere action uno scatto a 1/50 con ottiche di bassa qualità, sono tavole riprese in spiaggia, come dice Jack stesso, “… ci sono un sacco di reliquie estratte dai garage che vengono portate in spiaggia non si sa se per surfarci o per posarci”, e lui le fotografa e ce le fa conoscere.
Il blog di Jack è di per se un’opera. Una raccolta di foto e di sentimenti. Che merita una visita approfondita. Il titolo è significativo “Occhi incrostati di sale”. Se siete mai stati in spiaggia quando ci sono i surfer avrete sicuramente visto i loro “occhi incrostati di sale”. Anche questo dettaglio ci da la grande sensibilità di Jack verso questo mondo. Una sensibilità che traspare da quasi ogni post e dalle sue fotografie.
Lo leggi e ti viene voglia di andare, senti l’istinto di cambiarti e buttarti in acqua, vuoi andare in mezzo a queste persone vestite di nero con gli occhi rossi per il sale e conoscerle.
Io lo leggo e penso alla mia Hassy ferma in un armadio che non aspetta altro che essere portata in spiaggia in mezzo a dei pazzoidi che si lanciano tra onde di metri rischiando tutto per niente, niente almeno secondo i metri della nostra società “civile”, ma tutto o il mondo intero secondo altri metri, forse più umani, di quelli a cui veniamo educati.
Jack Brull ha dato alla fotografia surf un’altra dimensione con quella che viene da lui stesso definita “bassa fedeltà” ma che forse è la “giusta fedeltà”. Una dimensione sognante e bellissima e io gli sono grato per avermela fatta conoscere.
Spero piaccia anche a voi.




